MARIO DAL MONTE

MARIO DAL MONTE - Biografia

Esponente del Secondo Futurismo, o del Futurismo tra le due guerre, Mario Guido Dal Monte esordisce come pittore nel 1926 partecipando alla collettiva indetta dalla sezione di Imola del Sindacato Artisti Italiani, presso palazzo Sersanti. Dopo avere visitato la “Mostra del Futurismo Italiano” allestita da F.T Marinetti alla Biennale di Venezia del 1926, Dal Monte, nel 1927, costituisce a Imola il “Gruppo Futurista Boccioni” di cui fanno parte anche Pietro Sassi, Walter Giustiniani e Paolo Pasini. Inizia ad esporre in tutta Italia e, nel 1928, organizza una locale esposizione del gruppo futurista e partecipa, per la prima volta, alla Biennale di Venezia. Sull’onda della parola d’ordine “ricostruzione futurista dell’universo” avvia a Imola una produzione di oggetti d’arredamento, scenografie, bozzetti di moda e pubblicità, che pur avendo vita fino alla metà degli anni Trenta ottiene scarsi riscontri. Sempre su questo solco, si dedica alla stesura di decori per la ceramica a seguito della iniziativa promossa a Faenza da Giuseppe Fabbri che ha come sede esecutiva la bottega di Riccardo Gatti e adesioni più o meno sentite da parte di vari esponenti del movimento futurista (G.Balla soprattutto). Nel 1929 partecipa alla “Mostra di trentatré artisti futuristi” alla Galleria Pesaro di Milano ma già nel 1930 le sue scelte artistiche mostrano più decise adesioni a solidità “novecentesche” e ad una sorta di personale “lirismo magico”. In Versilia si avvicina, infatti, a C.Carrà, M.Sironi, D.Rambelli, L.Viani mentre, durante i soggiorni a Parigi e Berlino (dove espone alla galleria Der Sturm di H.Walden), conosce alcuni grandi Maestri dell’arte moderna come W.Kandinskij, F.Marc e M.Chagall. Del 1936 sono le grandi tele dedicate al lavoro e al risparmio per la sede della Cassa di Risparmio di Imola in cui ogni avventurismo futurista si è ormai spento a favore di una più piana illustrazione di un Bel Paese agricolo e artigianale: ben lontano da slanci industriali e modernizzanti e più vicino alla retorica ruralista del regime.
Nel 1932 ottiene il Premio Rimini e nel 1934 e nel 1936 espone alla Biennale di Venezia. Continua ad interessarsi di scenografia dopo gli esordi del 1928 che lo avevano visto collaborare con A.G.Bragaglia e partecipa alla Mostra Nazionale di Scenografia di Firenze (1933), alla Mostra Nazionale del Sindacato Scenotecnici di Torino (1934) e alla Mostra di Scenografia Moderna di Napoli (1937).
Verso la metà degli anni Trenta si avvicina ad esperienze astratte ma fino al 1946 si registra una significativa interruzione di attività espositive e di produzione artistica.