La più recente stagione espressiva di Pierluigi de Lutti risulta sovente caratterizzata da una pittura di larghe campiture, al solito rigogliose di materia e di colore.Quanto, tuttavia, oggi costituisca una peculiarità apprezzabile fin dalla sua stessa, evidente appariscenza è l’essenzialità della composizione, abitata da strutture corpose, emblematiche fino alla loro ultima valenza narrativa. Nella consueta adozione di due colori eloquenti in termini filosofici - il rosso e il nero, ovvero Eros (Vita) e Thanatos (Morte) - de Lutti stavolta racchiude riferimenti ancheautobiografici, da indovinare in talune pause empatiche, livide
lacerazioni e persino strappi improvvisi, accentuati nella loro percezione da temperature febbrili, di origine emotiva, eumori esistenziali diffusi.
Il gesto originario che se ne deduce rimane tonico, istintivo, permeato da attenzioni e meditazioni che aleggiano intorno alle maggiori lezioni affermatesi nell’arte degli ultimi settant’anni, in Europa come nel resto del mondo. Riflessioni, quelle di de Lutti, scandite a intervalli nel tempo, che ora riemergono scevre da ogni forma di epigonato e da qualunque pedissequo coinvolgimento stilistico.Di questo attuale, avvincente ciclo della sua lunga ricercainsistita nei fascinosi, eppure impervi, territori dell’informale, colpisce, infine, la più sobria ricercatezza degli impasti, segno di una maturità artistica raggiunta ormai definitivamente, che impone l’opera di quest’artista, isolato e solitario per indole e scelta, fra le rilevanze di maggiore interesse in ambito contemporaneo.
Giovanni Faccenda
21.01.2021