AGOSTINO BONALUMI, COLORI NELLO SPAZIO

Un segno fende la superficie e, al tempo stesso, la determina. La sua è un’apparenza mossa, che non esclude riferimenti naturalistici pur non implicandoli
necessariamente. La sua presenza determina una tensione, uno sforzo delle fibre della tela, sforzo volto ad assumere la forma, a diventare forma.
Ripercorrendo sinteticamente tutto il lungo itinerario di Agostino Bonalumi a partire da quel 1959,anno “abbagliante”, come scrive efficacemente Marco Meneguzzo, in cui si afferma piena e quasi improvvisa una nuova idea dell’arte, si può dire di non trovare mai, neppure una volta, una superficie che basti a se stessa.Come è ben noto, intenzione sua e dei suoi più intimi compagni di strada in quella stagione di grazia, cioè Enrico Castellani e Piero Manzoni, è di andare oltre, velocemente oltre, verso una diversa forma e una diversa posizione dell’arte nel mondo. A partire proprio, nel caso di Bonalumi, da quel superamento inevitabile della rappresentazione e della “soggettività”, cioè dell’emotività del fare, che raccoglie critiche sarcastiche da più parti. 
Bonalumi avverte l’esigenza di non eludere il problema ma di intervenire sul linguaggio dall’interno, rinnovandolo senza scardinarlo.
Niente rappresentazione, certo: quasi istantaneamente il monocromo e l’achrome (inteso etimologicamente come non-colore), sono cose date, acquisite
per Bonalumi e compagni, come per i vari artisti che abitano la scena di quegli anni, il Gruppo T, Enne, Zero, oltre ad alcune personalità meno facilmente
classificabili (da Uncini a Dorazio). Il quadro non contiene, non mostra nulla al di là di se stesso: e viene articolandosi oltre alle due dimensioni quasi
per spinta interna, per estroflessione, all’opposto di quanto aveva fatto qualche anno prima Lucio Fontana con i buchi.L’artista ha insistito molto, e con lui i suoi critici a cominciare da Luca Massimo Barbero, sulla necessità di leggere e di interpretare le sue opere in base alla loro dialettica inerente, intrinseca; dialettica. L’equilibrio imperfetto, fra rigore geometrico e deviazione dalla stessa norma geometrica che ispira i primi, straordinari, cicli degli anni Sessanta; la dialettica fra l’interesse verso soluzioni formali quasi optical e il rigore con cui l’oggettualizzazione dell’opera viene perseguita, al di qua di qualunque ricerca dell’effetto; In altre parole: la superficie, attivata dalle spinte interne, lascia intravedere qualcosa che potrebbe essere, e si trasforma dunque nel “fuori” di un possibile “dentro”, contenitore elastico di una pura potenzialità.Per l’artista lombardo, però, gli ambienti non diventano mai un interesse primario o, ancor meno, esclusivo, ma restano complementari alla creazione di rilievi e di opere-oggetto: Blu, Grigio, Rosso…i titoli scorrono negli anni uno dopo l’altro, scelti invariabilmente nel modo più semplice e meno personalistico, cioè in base al colore dell’opera: un aspetto che continuerà sempre a rivestire un’importanza fondamentale per Bonalumi, non solo nelle opere a parete ma nelle sculture e negli oggetti tridimensionali, colorati spesso con brillanti e smaltate vernici industriali.In tutto il lavoro di Agostino Bonalumi si può dire che questa linea curva, costruttiva, di ascendenza organica, costituisca quasi un ininterrotto trait d’union che esclude qualunque soluzione di continuità, nonostante la lunga “pausa” fra anni Settanta e Ottanta, determinata invece dalla concentrazione sull’elemento ritmico dato dalla ripetizione di segmenti rettilinei paralleli, quasi dei pentagrammi di ombra e di luce.  Insomma, un
insieme di lenti e armoniosi movimenti concettuali e fisici da un oggetto all’altro, da un confine a un altro, da uno spazio-forma all’altro, snodati nel
tempo come un continuum di invidiabile compattezza: in cui oggi è ormai da riconoscere uno dei contributi più significativi portati ai linguaggi visivi attuali
da quella generazione fertilissima: dall’abbagliante 1959 fino ad oggi.

19.04.2021