DA GROSZ A KIEFER,PERCORSI NELL'ARTE TEDESCA PT.2

A Berlino, nel 1980, avvenne il debutto dei “Nuovi selvaggi” (termine che indicò, fin dal suo apparire, percorsi artistici anche distanti tra loro). Indicativo il nome della mostra, Heftige Malerei [Pittura irruente], i cui protagonisti furono alcuni studenti d’arte provenienti dalla provincia, già operanti da tre o quattro anni nella città divisa. Il gruppo si era formato nel 1977 con l’apertura di una galleria privata a Moritzplatz, una galleria autogestita dai trentenni Bernd Zimmer e Rainer Fetting e dal ventiquattrenne Helmut Middendorf, cui si aggiunsero Elvira Bach e Salomé. Portati verso una brutalità delle forme e accordi cromatici violenti, questi artisti si concentrano sulla vita nella metropoli, spesso interpretata in accezione critica o negativa (la ricorrente immagine del muro). Un atteggiamento che richiama quello dei predecessori di Die Brücke, Ernst Kirchner e Emil Nolde in particolare, spesso citati apertamente sia da Zimmer che da Fetting.
Contemporaneamente a questa esperienza berlinese, in Renania si delineò un altro gruppo di artisti trentenni, attivi principalmente fra Colonia e Düsseldorf, la Mülheimer Freiheit [Libertà di Mülheim]. Ne fecero parte, fra gli altri, Jirì Georg Dokoupil, Walter Dahn, Hans Peter Adamski, Gerard Kever, Peter Bömmels e Gerhard Nashberger. L’elemento catalizzatore fu probabilmente Dokoupil, artista di origine boema che però aveva studiato con Hans Haacke alla Cooper Union School di New York e aveva frequentato fedelmente il connazionale Andy Warhol e, forse, Jean-Michel Basquiat.
Nelle sue opere si ritrovano i riflessi di una pittura “volgare” che rifiuta l’accademia e certe rigidità dell’Arte Concettuale - che era stata la sua base formativa -, traendo ispirazione direttamente dai mass media. Attratto indifferentemente da ogni stile, Dokoupil rielabora molte provocazioni dell’arte di strada, irrorandole con una forte dose di ironia e festosità e utilizzandole quasi fossero l’unico antidoto al clima di guerra fredda artificiale che si stava ricreando in Europa.
Versatilità e contaminazione, enigmaticità e nomadismo, oltre a certa influenza del Surrealismo, lo avvicinano al coetaneo Walter Dahn, nato a Krefeld nel 1954 e da sempre attivo a Colonia. Allievo, giovanissimo, del concittadino Joseph Beuys, a lui si deve, tra l’altro, la riscoperta dei cosiddetti “disegni alla lavagna” di Rudolf Steiner, filosofo austriaco fondatore dell’Antroposofia.
L’esperienza di Dokoupil rappresentò, per i “giovani arrabbiati”, una rivelazione che rispondeva al loro bisogno primario di fare pittura sempre e comunque, respingendo da un lato le tentazioni intellettuali e concettuali ancora in voga e dall’altro ogni forma di omologazione, in particolare quelle del sistema dell’arte. Con un approccio personale e immediato, l’esito poteva risultare talora di un’ingenuità kitsch e talora di un’eccitazione smodata, ma certamente era frutto di un inedito recupero della pittura.
Le due mostre citate ebbero comunque un enorme successo, anche commerciale, forse proprio a causa della capacità di spezzare, con la forza dei colori e della materia, una stagione minimalista e concettuale giunta ormai, dopo circa due decenni, all’esaurimento delle sue forze propositive.
Non va dimenticato che oltre a Colonia, Düsseldorf e Berlino, un’altra cellula importante del neoespressionismo è stata Amburgo, grazie soprattutto alla presenza di Martin Kippenberger (Dortmund, 1953), ma anche di Albert Oehlen. L’approccio all’arte di Kippenberger è un misto di autoironia, ingenuità e pragmatismo: dell’arte egli calpesta gerarchie e convenzioni, per mostrarcene l’assurdità e il cattivo gusto, ad ogni livello. 

Il successo di queste mostre e l’elenco degli artisti che vi parteciparono ci consente di risalire a ritroso alle prime avvisaglie del “ritorno alla pittura”, che era già stato dato da un gruppo di artisti più anziani: Anselm Kiefer, Georg Baselitz, Markus Lüpertz, A. R. Penck. Nati negli anni Trenta e attivi dalla fine degli anni Sessanta, questi autori, pur non avendo mai abbandonato la pittura (s’ispiravano a Nolde, a Kirchner, a Franz Marc, forti però di un aggiornamento sulle neoavanguardie), furono a lungo oscurati dalla fama dei concettuali. Genericamente ritenuti esponenti del Neoespressionismo, ne sono in realtà i precursori. Il loro impegno muove dalla rivisitazione di temi classici e si sviluppa nella ricerca di un linguaggio artistico che vada oltre quello astratto, ancora in voga negli anni sessanta, senza tuttavia cadere in una figurazione banale e descrittiva.
Per questi artisti, il rapporto con la Storia è potentissimo e si traduce in un immergersi in quel senso di mito e di tragedia, di pathos e di catastrofe, che caratterizza fortemente la storia tedesca. Non a caso, nel 1989, Thomas Krens, novello direttore del Guggenheim Museum di New York, sostiene che il fenomeno della nuova arte tedesca, tornando a ispirarsi a modelli classico-romantici come Richard Wagner o Caspar David Friedrich, si ridurrebbe a una diffusa reazione all’egemonia americana del dopoguerra . Invece, per Wolfgang Max Faust, autore di interventi tempestivi sulla nuova pittura tedesca fin dai primi anni Ottanta , si tratterebbe di un fenomeno scollegato dalla storia e totalmente inerente a un modo di vedere tedesco, da circoscrivere in un ambito soggettivo in cui la pittura sarebbe soprattutto un mezzo di ricerca interiore e di rappresentazione di sé . Sono solo due delle innumerevoli letture del fenomeno, ma già rendono evidente come sia difficile dare un’interpretazione univoca delle sue cause e delle sue origini.

03.05.2021