2) Raccontate in questo modo, le vicende dell’Avanguardia Futurista sembrano non differire granché da molte altre epopee di quegli anni infuocati. Nel 1916 sarebbe venuto alla luce a Zurigo, nella Svizzera neutrale, un altro grande movimento artistico (il Dadaismo) che avrebbe contribuito, da par suo, a ridefinire i confini dell’arte. Sino a quando, nel 1924, nella Parigi ribollente del dopoguerra, André Breton scrisse il primo manifesto surrealista – nelle cui file molti protagonisti di Dada finirono di fatto per confluire. Perché l’urlo eversivo di Dada s’era rivelato totalmente insufficiente.
Erano state le nuove istanze portate alla luce da Freud e dalla tradizione marxista a dare un formidabile contributo alla definizione di un nuovo approccio estetico; e dunque alla creazione artistica. E Breton se ne sarebbe fatto promotore in prima persona.
Anche in Russia nuove spinte propulsive venivano configurandosi quali elementi essenziali di una scacchiera che vedeva protagonista ormai l’Europa intera. Nel 1909 e nel 1910 l’appello di Marinetti avrebbe cominciato a dare i suoi frutti anche nell’ambiente artistico moscovita e san pietroburghese. Così, anche in quelle terre cominciavano a profilarsi esperienze perfettamente sintonizzate con i nuovi codici proposti dal cubismo, dal futurismo nonché dall’astrazione promossa in Europa dal russo Kandinsky. Nel 1913 venne teorizzato il Suprematismo, che a tale temperie sarebbe riuscito a cor-rispondere in modo sufficientemente originale e indiscutibilmente radicale, soprattutto grazie alle sperimentazioni e alle teorizzazioni di Kazimir Malevic.
Questo, il quadro generale. Ma può il Futurismo essere concepito come una delle tante espressioni di questo clima inaudito ed esplosivo? Un clima cui nulla e nessuno sembrava poter rimanere indifferente. Un clima, corrispondendo al quale, ci si sarebbe potuti sentire protagonisti e spettatori insieme di un generale rinnovamento – tanto liberatorio quanto gravido di promesse per un futuro che si preannunciava esaltante.
E’ stato solo questo il movimento fondato da Marinetti nel 1909? Certo, anche questo, lo è stato sicuramente – da molti è sicuramente stato percepito come una delle tante scintille di un fuoco ben più consistente, di cui anche le due guerre mondiali avrebbero in qualche modo rappresentato una, per quanto devastante e infernale, manifestazione. Tutte le classiche divisioni e opposizioni categoriali andavano progressivamente disfacendosi; il bene e il male non apparivano più così facilmente distinguibili, verità ed errore cominciavano a darsi man forte reciprocamente, di là dalla vecchia e antiquata illusione metafisica secondo cui si sarebbe trattato di liberare il terreno della storia dalle scorie dell’errore. Ma anche gli steccati disciplinari andavano perdendo di consistenza. Perché, dunque, si sarebbe dovuta mantenere l’arte rinchiusa entro i confini di un territorio specifico, si da dare agli umani la percezione che il suo luogo d’appartenenza non fosse quello mondano e da tutti frequentato, ma un altro… più etereo, forse, che solo la rarefazione dell’atmosfera museale avrebbe potuto, per quanto pallidamente, in qualche modo evocare? Il fatto è che l’artista – e non solo l’artista futurista – cominciava a sentire sempre più soffocante il luogo classicamente deputato allo svolgimento della ritualità estetica. Si cominciava ad irrompere con ‘gesti’ eversivi sulla scena della storia e della politica, negli spazi sociali condivisi… i teatri, i locali pubblici, i luoghi di lavoro. In molti, ormai, stavano procedendo in questa direzione.
Ma, ripetiamo, sono stati solo ‘questo’ gli artisti guidati e stimolati in tale direzione da Marinetti ?
Credo sia urgente tornare a considerare la grande avventura futurista, per cogliere nelle sue pieghe qualcos’altro. Ma non tanto per riuscire a realizzare ed articolare un’ennesima interpretazione di questo movimento artistico; magari leggermente diversa dalle moltissime già in circolazione. No, si tratta piuttosto di comprenderne l’assoluta unicità – infatti, esso non può più essere risolto in quell’immagine stereotipata (e dunque ben consolidata) che vorrebbe ancora oggi ridurlo a semplice apologia del “movimento”, del “dinamismo” e della “velocità”.
Il fatto è che non è più possibile riconoscere, nella sua poetica, il semplice riflesso di quella universale meccanizzazione del mondo già incarnata, peraltro, dalla seconda rivoluzione industriale.
L’acciao, l’elettricità, il petrolio e la velocizzazione dei processi produttivi stavano disegnando le coordinate di un nuovo scenario, che la nascente metropoli di fine Ottocento aveva ormai reso visibile a tutti. Certo, ormai la vita delle persone cominciava ad esplorare territori ritenuti sino ad allora sostanzialmente impraticabili, quando non addirittura inaccessibili. La scienza e la tecnica stavano liberando l’essere umano da vincoli che sarebbero stati ritenuti ancora per poco davvero inviolabili.
Come, d’altro canto, rimanere indifferenti a tutto ciò?
Lo shock esperito dall’uomo del Diciannovesimo secolo (su cui così lucidamente avrebbero riflettuto Baudelaire, Allan Poe e poi anche Benjamin) doveva riverberarsi anche in un corrispondente shock estetico; di cui gli artisti europei di quegli anni si sarebbero fatti quasi tutti convinti testimoni.
Tutto vero, questo… come negarlo?
Ma non basta.
Non basta sicuramente a spiegare la portata epocale della rivoluzione futurista. Che fu certo anche espressione di tale inedito clima culturale e sociale; ma, per l’appunto, non fu solo questo.
04.06.2021