FUTURISMO E AEROPITTURA PT.7

7) I pittori futuristi volevano dimostrare che, davvero, se la vita è una continua evoluzione, un continuo divenire, e dunque se il corpo cambia forma in ogni momento, allora “non esiste forma, in quanto la forma attiene a ciò che è immobile, mentre la realtà è movimento… ecco perché reale è soltanto il cambiamento continuo di forma” ; in perfetta conformità con quanto andava scrivendo in quegli stessi anni, anzi poco prima (1907), il filosofo francese Henry Bergson. I Futuristi volevano smettere di guardare a ciò che accade, e volgersi invece, simpliciter, al suo stesso “accadere”; volevano smettere di guardare al risultato del cambiamento, come se un risultato quieto potesse esserci davvero. Essi volevano guardare al cambiamento nel suo stesso farsi… ma la realtà che gli si parava di contro sembrava impedirlo – confondendosi di fatto con quanto un ormai lungo passato aveva finito col far credere ci fosse. Si trattava cioè di smontare quel meccanismo in virtù del quale finiamo per perpetuare una conoscenza di natura astrattamente cinematografica; che di fatto ritiene di aver a che fare con semplici stati in successione. E di attivare l’istinto, l’intuizione – i soli che, come riteneva anche Bergson, consentono di rapportarsi alle “relazioni” e alla “continuità” (dove, l’intelletto sembra piuttosto destinato alla discontinuità e alla forma, ossia alle cose percepite come “sostanze” immote). E quindi di superare i limiti propri di un’intelligenza comunque destinata a lasciarsi sfuggire un aspetto essenziale della vita: il divenire radicale. Quel che, solo, peraltro, avrebbe consentito una reale esperienza dell’invenzione.
“Quanto all’invenzione vera e propria, la nostra intelligenza non riesce a coglierla nel suo sorgere, vale a dire in ciò che vi è di indivisibile… spiegarla, infatti, significa sempre scomporla, nonostante sia imprevedibile e nuova, in elementi già noti o preesistenti” .
La vita, infatti, trascende le finalità, sempre secondo Bergson; e innanzitutto in quanto il passato è perfettamente contemporaneo al presente, così come lo è il futuro. Non si tratta dunque di stati successivi; linearmente disposti come punti in una retta, da percorrere l’uno dopo l’altro. Perché, in verità, solo “ora” il passato viene creato come tale; e lo stesso accade anche in relazione al futuro – che mai sarà realizzato, di là dal suo farsi promessa credibile proprio perché attualmente proiettantesi in quel che ancora (nell’ora in cui ci si trova sempre e comunque) non è ciò che è. Perciò, secondo il filosofo francese, mesurer la vitesse d’un mouvement… c’est simplement constater une simultaneité. Da ciò la tematizzazione della simultaneità di tensioni cromatiche e luminose che, comunque, nell’arte futurista, a differenza di quanto era accaduto alla durata bergsoniana, si facevano condizioni di un novissimo ed ineludibile agire pratico38.
Infatti, mentre in Bergson, ad avere il compito di presiedere alle azioni è sempre e solamente l’intelligenza (dove, “è il risultato dell’azione che ci interessa; infatti, posto che lo scopo venga raggiunto, i mezzi contano poco… solo il termine raggiunto il quale la nostra attività potrà quietarsi si ritrova a essere esplicitamente rappresentato dalla nostra mente: i movimenti costitutivi dell’azione stessa, o sfuggono alla nostra coscienza oppure le arrivano solo confusamente”39), per i Futuristi, al contrario, una vera e propria “azione” si sarebbe fatta possibile solo nell’orizzonte della durata. Solo quest’ultima, o meglio la sua intrascendibile e simultanea “negatività” (ché in essa il passato è quel che non-è più, il futuro quel che non-è ancora ed il presente… quel che non-è – ché, se fosse, avrebbe un’estensione, e dunque sarebbe fatto ancora una volta di passato e di futuro…), esprimeva per essi quell’agire dell’Io che appariva assoluto proprio in quanto nessun oggetto reale ed autonomo gli sarebbe potuto stare di contro, se non nello stesso manifestarsi da parte del suo esserne sempre perfetta ‘negazione’ (negazione, cioè, della sua alterità) – negazione dell’alterità di cui era proprio esso, peraltro, l’unico responsabile. Come negazione, dunque, del suo stesso supposto valore condizionante e originariamente “normativo”. Il suo atto negante, infatti, è sempre anche ponente… affermante, cioè, quel che ha sempre ancora da essere. E che, dunque, quando sarà, sarà comunque nella forma dell’esser dato; ovvero, dell’esser già.
O anche, dell’esser come passato. Ossia, di un non-esser-più che è poi il non-esser-più di “quel che c’è”; lo stesso che è sempre e necessariamente già altro da quel che di esso appare appunto come il non più essente.
Il fatto è che Bergson rischia di ipostatizzare la “durata” e dunque la “simultaneità” delle sue linee forza – la cui conoscenza appare ai suoi occhi totalmente inutile in rapporto alla prassi umana; la quale ha invece bisogno di finalità determinatamente “misurabili”. Le uniche che consentono di prefigurare davvero l’ad-veniens.Una conoscenza che “presenta il vantaggio di farci prevedere il futuro e di renderci in certa misura padroni degli eventi; anche se al prezzo di ritenere della realtà in movimento solo le immobilità eventuali, ovvero le prospettive su di essa fissate dalla nostra mente”40. Costringendoci così a separare l’ordine dell’azione da quello della conoscenza, ovvero della rappresentazione. Laddove, invece, la prospettiva teorico-conoscitiva fatta propria dai Futuristi sarebbe stata tutta volta ad alimentare ed irrigare sempre e solamente la potenza dell’azione. Ad esaltarne al massimo le potenzialità; sì da farsi, non solo presupposto dell’azione… ma essere sic et simpliciter esso medesimo ‘azione’. Perciò la simultaneità era, in essi, simultaneità costitutivamente ad-veniente, e mai astrattamente presente.
Stante che, a farsi presente, al loro sguardo, doveva essere sempre e solamente il “nuovo” – quel che dice cioè la più radicale negazione del ‘passato’ e dunque del ‘dato’. E per ciò stesso del factum.
Che viene trasfigurato, senza mediazioni, in puro fieri o anche, in ou-topia febbrile che tutto muove al riconoscimento del non esser-già-più quel che è da parte dell’essente – che pur sempre riconosciamo e in qualche modo frequentiamo, per quanto non possa più comandarci alcunché. Perché nessun limite potrà mai esserci da esso imposto o proposto, se non nell’atto stesso con cui l’azione aggressiva e guerresca evocata in uno dei manifesti marinettiani fosse riuscita a trasfigurarlo in conformità allo stile analogico che è “padrone assoluto di tutta la materia e della sua intensa vita” 41.



21.06.2021