GIACOMO BALLA E LA MUSICA PT 1

L’aspetto più evidente eppure il meno studiato dell’opera di Giacomo Balla è la relazione tra arte e musica, cioè tra forma visiva e suono. Il suo percorso creativo è infatti indissociabile dalla musica, anche se bisogna intendere quest’ultima nel senso più ampio e in un’accezione futurista, cioè anche come sonorità, cadenza ritmica, rumore che struttura dinamicamente lo spazio e ne determina la percezione vitale.
Poco incline all’esercizio teorico, Balla non ha mai scritto sulla musica, come ha fatto per esempio Mondrian, che si è interessato al jazz e al rumorismo futurista di Russolo . Non sembra aver indagato in modo approfondito le leggi del linguaggio musicale, come ha fatto Paul Klee , che si poneva direttamente il problema di un possibile rapporto formale tra musica e pittura. Svolgendo la sua ricerca pittorica, Balla non ha nemmeno vissuto un vero e proprio sodalizio intellettuale con un musicista, come è avvenuto tra Kandinskij e Schoenberg, anche se ha disegnato un ritratto futurista di Russolo definendolo come « suo amico ». 
Ma non si può per questo eludere la costante presenza della « musica » in quanto pratica artistica e riferimento ideale nella vita di Balla, come uomo e come artista. La tradizione familiare, documentata anche da fotografie d’epoca, indica che la madre gli fece studiare musica fin da bambino. Praticò il violino e fece parte della corale della chiesa di San Filippo Neri di Torino, tenuta dai Padri dell’Oratorio. Dopo il canto e il violino, negli anni della giovinezza e della maturità, parecchie fotografie lo ritraggono mentre suona la chitarra. Molto probabilmente, si può riconoscere Giacomo Balla anche nel chitarrista fotografato dai fratelli Bragaglia nella fotodinamica futurista Le due note maestre, pubblicata nel 1913. Non solo l’artista non si separava mai dalla sua chitarra, ma amava esibirsi mentre suonava, quasi a testimoniare la sua passione per la musica.
La musica irrompe per la prima volta nell’opera di Balla con un lavoro minore, un disegno all’acquerello tra satira e ironia , che dedica nel 1896 al sarto Giacomo Foà, per il quale lavorava la madre e al quale affidava i suoi quadri da esporre in vetrina nella speranza di venderli. Vi appare un prete grassoccio che si china all’indietro pronunciando il nome del giovane artista. 
Ogni sillaba comporta la ripetizione differenziata della figura del religioso, forse un cliente della sartoria. La sequenza è inscritta sul pentagramma, sfruttando così il valore segnico dei simboli musicali. Non si tratta di una novità formale, poichè le caricature umoristiche inscritte sul pentagramma facevano parte del gusto dell’epoca. Il valore dell’opera risiede piuttosto nella particolare scelta di Balla che vuole identificare pienamente la sequenza cinetica con la sequenza sonora : ogni tappa del movimento del prete corrisponde ad un segmento fonetico di ciò che sta dicendo. Forse Balla conosce già le scansioni ritmiche della cronofotografia di Étienne-Jules Marey. In ogni caso, l’acquerello palesa che il giovane artista si trova comunque all’inizio di un percorso che sarà totalmente diverso da quello intrapreso poi dal suo allievo Boccioni. Questi, nel Manifesto Tecnico della Pittura Futurista, parlerà della cosiddetta « persistenza dell’immagine nella retina »  per spiegare e giustificare la ripetizione come resa visiva del cinetismo animale, cercando così di darsi l’alibi di una logica dei dati naturalisti inerenti al processo di percezione. Dal canto suo, il giovane Balla ha invece già intuito che il fenomeno della persistenza ottica è un’illusione : tale ipotesi sarà infatti smentita dalla ricerca scientifica. Per Balla, la vibrazione che ripete la forma delineandone il movimento non corrisponde ad una traccia visiva, conservata per qualche istante dalla retina, ma ad un’interpretazione del cervello che è antropologicamente programmato a « leggere » come concatenate e in successione una serie di immagini simili, ma diverse, e separate tra di loro. Il compito dell’artista consiste dunque nel modellare in questo senso l’immagine, strutturando la ripetizione differenziata, scandendo gli intervalli, organizzando la variazione sequenziale dei segni visivi. E il modello di riferimento per questo lavoro sulla forma, declinata in funzione del movimento e del tempo, strutturata come ritmo di un flusso continuo, non può essere altro che la musica. 
 

07.04.2021