REBELS AND RAPTORS BY JOHN NEWSOM

John Newsom è un artista pieno di una timida energia e di una chiassosa maniera che si compensano a vicenda. Parla dell’arte che ama con una profonda passione, ed è entusiasta nei confronti della pittura in particolare. Egli interpreta le strutture che vede in natura ma non dal punto di vista del loro aspetto più quotidiano. L’idea che Newsom ha della natura non è ciò che prontamente si può vedere e sapere dal mondo del nostro quotidiano. E’ una fantastica e straziante visione della natura – una narrazione contorta, un’allegoria ottusa – dove insetti e uccelli sono preda l’uno dell’altro. C’è qualcosa di inquietante nelle creature del mondo di Newsom: i suoi dipinti prevedono il lato scuro e pessimistico dell’umanità. Rivelano qualcosa in meno di Schopenhauer e qualcosa in più di Artaud. Il mondo di Newsom è sinistro, diverso, dove la natura regna non attraverso l’idealismo, ma attraverso la
dialettica di forze opposte, un diluvio Darwiniano dove ciò che vediamo è la spietata verità e ciò che invece non vediamo è l’idealismo dimenticato che è stato perso due secoli fa nella scura e insidiosa foresta di Rousseau. Newsom rigetta nei suoi dipinti l’ “ideale” a favore del nichilismo.
C’è un altro aspetto del delirio metaforico di Newsom: lo sfondo dai colori matissiani in relazione a una precisa strategia formale che regge l’intera composizione, strategia che negli anni ’50 veniva usata in difesa dell’action painting, come ponteggio strutturale atto a tenere in piedi l’intero sistema che le ruotava attorno. Facendo questo Newsom costruisce una deviazione pittorica che distrae lo spettatore dal contesto terrifico che riempie le sue “mise en scene”. Ma anche così devo ammettere che i dipinti di Newsom sono – per certi versi – piacevoli agli occhi, anche se non a quelli mentali o interiori. E trovo questa sensazione – spinto forse dalla necessità di un mondo migliore – veramente e sinceramente sovversiva.
Quando l’Espressionismo Astratto fece il suo corso alla fine degli anni ’50 e ormai sembrava istituzionalizzato, soltanto de Kooning pensò di ritornare all’arte figurativa. Pollock la provò ma non poté sostenerla a causa delle incertezze delle sue lamine pittoriche successive al 1952. Forse il tempo storico è ancora una realtà, anche a dispetto delle distrazioni dei media. Forse dunque l’impatto della storia è ancora necessario a un’idea perché essa sbocci, si sviluppi e sia da sostegno per una nuova forma d’arte basata sulle rovine del passato. Qualsiasi sia la ragione, Newsom ha fatto qualcosa di simile in un modo direi pessimistico, ma con una profonda ironia di fondo. I suoi dipinti aspirano a diventare una forma errante, in continuo sviluppo, una diatriba tra natura e idealismo, una visione ossessiva del futuro che corre aggressivo attraverso spazi porosi e superfici gestuali. Nel fare questo, egli la-
cera la storia di un pittorialismo ormai a pezzi. Queste sono effigi astratte destinate ad assicurare una purificazione in tutto ciò che vediamo e sappiamo riguardo la storia e i lasciti del tempo. I dipinti di Newsom ci allontanano con forza dalla consolazione e ci gettano in un mondo di profonda e totale oscurità e sospensione. Qui siamo lasciati a osservare tra le pieghe della violenza e di uccelli predatori – una visione che anche Max Ernst avrebbe avuto paura a vedere.

25.02.2021